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Un’altra notte a Bengasi

tramonto a Tunisi
tramonto a Tunisi

La guerra civile aveva portato alla destituzione di Gheddafi, era il 2011, d’un tratto sembrava fosse tornata la libertà per il popolo libico, ma era solo l’inizio di un nuovo caos. Dopo poco tempo arrivarono “loro”.

Gennaio 2014. Zuhair vive con il fratello e la madre nella sua casa di Bengasi: “un giorno li abbiamo visti camminare per le strade, la gialabia lunga fino ai piedi, il turbante in testa, ci chiedevano di recitare il Corano, volevano sapere di chi fossimo figli” – Zuahir è seduto in terra su un tappeto grande quanto tutta la stanza, rivive quei giorni in cui cominciò l’occupazione della città da parte delle milizie islamiche dell’Isis - “costringevano le donne a portare il velo. I poliziotti e gli uomini in divisa furono i primi ad essere ammazzati, li prendevano fino dentro casa, come facevano a sapere dove abitavano!”

I posti di blocco, le esecuzioni sommarie. Lui rischiava la vita tutti i giorni, dovendo necessariamente uscire per portare dal dottore il fratello malato.

Per evitare problemi si era fatto crescere la barba, indossava la veste lunga. La mamma aveva paura che qualche giorno non sarebbero più rientrati a casa.

Il rumore dei colpi d’arma da fuoco era continuo.  L’occupazione si faceva sempre più violenta.

 

Vivevano combattuti fra lo scappare da casa o aspettare l’evolversi degli eventi. Per giorni, tutte le sere, si sono detti che non potevano abbandonare tutto quello che avevano, fra le lacrime sceglievano di restare ancora e resistere. Ancora un’altra notte fra gli spari di Bengasi.

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Sigaretta a colazione

Il rumore della pioggia. Le gocce scivolano sul vetro della finestra a soffitto della mansarda.

Sul minareto nella moschea al di là della strada, il muezzin sta cantando il primo richiamo alla preghiera della giornata, nel silenzio della notte sembra sia quasi dentro la stanza.

Sono le quattro e trenta, illumino lo schermo del cellulare, la batteria è scarica.

L’avevo attaccato al cavo prima di andare a dormire, mi accorgo che manca l’energia elettrica.

Di buon mattino scendiamo al piano terra della nostra guest house, ci incrociamo con Shaban Bala, il proprietario.

Tira fuori il pacchetto delle sigarette dalla tasca della camicia, si avvicina all’uscio e ne accende una - “questa è la mia colazione” - butta il fumo in direzione della strada - “mi alzo, bevo un bicchiere d’acqua e ne fumo subito una, questa è la mia colazione”.

Nella notte è saltata l’energia elettrica a causa di lavori in corso, Pristina è un grande cantiere.

Dopo la guerra sono sorti dei quartieri nuovi; centri commerciali, palazzi. La città, come tutto il Kosovo, ha conosciuto la distruzione quasi totale a causa dei bombardamenti, il 60 % degli edifici erano macerie.

Era il 1998, una guerra sul suolo d’Europa.

Ci incamminiamo verso un bar insieme a Bala, vuole offrirci la colazione per riparare all'impossibilità di prendere il caffè nella sua struttura.

Le strade sono un groviglio di cavi sospesi, non vorrei essere l’elettricista che dovrà venirne a capo.

La Madre Teresa Boulevard è ancora deserta; un’area pedonale completamente costruita dopo il conflitto con la Jugoslavia di Milosevic, oggi vi si affacciano teatri, palazzi governativi, scuole, chiese, moschee.

Nemmeno gli edifici religiosi vennero risparmiati durante la guerra.

Bala ai tempi abitava in Danimarca, era andato via dalla Jugoslavia a gli inizi degli anni ’90, per cercare di fare fortuna e scappare dalla guerra dei Balcani, e c’era riuscito.

Aveva aperto una pizzeria a Copenaghen, era molto piccola mi racconta, più piccola della hall dell’albergo che adesso gestisce. L’attività andava bene, tanto che aveva aperto un altro locale, e l’anno dopo un altro ancora, assunse addirittura un pizzaiolo direttamente dall'Italia!

Tre pizzerie a Copenaghen con cui riusciva a vivere bene.

Un giorno accende la tv, il Kosovo, che allora era una regione della Jugoslavia, stava bruciando.

Le televisioni in quei giorni non risparmiavano l’orrore, la guerra entrava cruda e reale anche nelle case di noi italiani.

Vede le immagini dei profughi in fila alla frontiera, i corpi nelle fosse comuni, vede il suo villaggio distrutto. Nemmeno ci pensa, abbandona tutto quello che ha creato in Danimarca e torna nella sua terra a combattere.

La popolazione fuggiva e lui si mise su un aereo per tornare.

La domanda mi viene naturale - “eri in una terra in pace, lavoravi nella tua tranquillità, perché sei partito per andare a rischiare la vita in guerra?”

Aspira l’ultimo tiro di tabacco - “perché io sono nato qui” – le dita giù ad indicare il suolo, a rafforzare il concetto e la sua scelta - “io sono albanese del Kosovo”.

 

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La luce africana

La prima cosa che colpisce quando si arriva in Africa è la luce. Forte, intensa, luce dappertutto. Il sole brucia gli occhi e la pelle.

Chissà se ha avuto la stessa sensazione mio nonno settanta anni fa, quando in piena Guerra Mondiale raggiunse il continente nero in nave partendo dal porto di Taranto.

Erano gli anni delle conquiste coloniali, storie di schiavi, cannibali, fame e malattie.

Mi raccontò la paura di raggiungere quella terra sconosciuta, i passaggi di un viaggio dantesco: l’inferno della nave con la paura di essere bombardati o silurati; il purgatorio del campo ai margini del deserto sahariano, dove lo operarono “a carne viva” per un’otite provocata dalla sabbia entrata nell’orecchio; il paradiso del ritorno a casa dove nessuno si aspettava più di rivederlo.

 

Il continente nero era una terra di conquista da depredare. Secoli di deportazioni, disprezzo, umiliazioni e sofferenze, hanno impresso nell'africano un complesso d’inferiorità sepolto in fondo all’animo.

L’Africa non si è ancora ripresa dall'incubo di quella sciagura, ma il mondo ha capito che adesso è una terra d’aiutare con la conoscenza, al pari degli aiuti materiali.

Una richiesta d'aiuto giunta ufficialmente dal governo namibiano alla Cardiologia Pediatrica del Mediterraneo di Taormina, un invito a prestare assistenza ai medici locali.

In Namibia i bambini malati di cuore muoiono, i più fortunati sono mandati ad essere operati in Sud Africa con costi insostenibili.

I paesi africani desiderano oggi curare i bambini a casa loro, formare il personale per operarli nelle loro strutture.

La prima cosa che colpisce quando si arriva in Africa è la luce, la stessa che mi accoglie in questa nuova missione in Namibia; “The Land of the brave”, così ce la presentano i ragazzi del Central Hospital di Windhoek, “La terra dei coraggiosi”.

Avrò modo di constatare la veridicità di quest’affermazione.

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Ma che ci vai a fare in Africa

Prima di una partenza “in missione”, arriva quella notte in cui il sonno non si fa avanti, si ha come la sensazione di stare lasciando qualcosa di non fatto.

È una notte innocente in cui pensi e ripensi a quello che hai messo nello zaino, è la notte in cui “ripassi” i pensieri e le facce degli ultimi giorni.

“Ma che ci vai a fare in Africa”, in quanti ti avranno detto questa frase quando hanno saputo che saresti partito “in missione”.

Che ci vai a fare che tanto c’è la fame, è pericoloso, ci sono le malattie, fatti i vaccini, stai attento, cosa mangi, non bere, non respirare!

La notte prima di partire in missione il sonno è strano. Le valige sul pavimento piene di pennarelli, giocattoli, materiale medico.

È la notte in cui pensi e ripensi a quelle coincidenze che ti hanno portato a vivere proprio quella notte.

In fondo quello che ci accade, non rappresenta che un insieme di combinazioni che si realizzano tutte in quel determinato momento. Tutto avviene per un motivo. Ogni evento ha per noi un significato, una direzione, un messaggio.

E cosi per la terza volta mi ritrovo sotto il cartello luminoso dell’aeroporto, un anno dopo la mia prima volta “in missione”.

Ma che ci vai a fare in Africa, che quelli con cui parti alcuni manco li conosci. Ma cosa ti aspetti da gente che spende le proprie ferie per andare ad operare in Tanzania, senza prendere soldi, alcuni hanno addirittura pagato il biglietto aereo di tasca propria. Sicuramente andranno al mare a rilassarsi.

Ma che ci vai a fare in Africa!

Le facce conosciute e quelle nuove, le ore di volo, il sole che scotta, il caldo, le valigie, l’ospedale, la divisa, la sala operatoria, i tubi, i beep senza pausa.

Dodici ore in ospedale, eccola la vacanza al mare.

Ma che ci vai a fare in Africa, che quegli sconosciuti te li ritrovi fra i corridoi, gli occhi stanchi sono l’unica cosa che riesci a vedere fra la cuffia e la mascherina, ti abbracci e non sai nemmeno perché. Pochi giorni fa nemmeno li conoscevo.

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Nuove frontiere del turismo: Montenegro ed Albania

 Attraverso la porta sud della città sotto lo stemma della Repubblica di Venezia, poco oltre le antiche mura medioevali. Il primo scalino, il secondo, uno dietro l’altro senza riposo. La posizione del castello di San Giovanni, arroccato in cima al monte, mi costringe ad alzare la testa e guardarlo quasi in verticale, in una posizione che doveva essere praticamente inattaccabile.

 

Un passo dopo l’altro senza un filo d’ombra che mi dia respiro sotto il sole di luglio, fino in cima, 1300 scalini oltre la porta, dove solo poche persone si avventurano.

Sudato fradicio e con la testa che mi gira per il troppo caldo, scorgo un omino seduto a terra con accanto un campionario di bibite fredde. È un miraggio e un toccasana per chi arriva fin lassù sfinito.

Il primo pensiero che mi viene in testa è però alla fatica che quest’uomo, probabilmente tutti i giorni, fa nel compiere una “scalata” con addosso frigo termico portatile carico di acqua e bevande varie.

Mentre il liquido fresco mi ridà un po’ di lucidità, gli chiedo come gli sia venuto in mente di fare questo lavoro, alza la testa e mi indica una direzione con la mano: “perché i turisti mi danno da vivere e perché tutti i giorni posso vedere questo”.

Una scena che è un miscuglio fra fiordi norvegesi e villaggi italiani; una nave da crociera ha tolto gli ormeggi, sta lasciando il porto a picco sotto di noi, alcune centinaia di metri più in basso.

L’imbarcazione si allontana oltre i tetti rossi delle case, verso le alte pareti rocciose delle bocche del Cattaro.

Kotor, cittadina del Montenegro, centro medioevale ben conservato, iscritto nella lista dei patrimoni UNESCO. Dall’inizio degli anni 2000 migliaia di turisti vi giungono sulle navi da crociera, in un porto che è diventato una tappa classica delle crociere sull'adriatico, al pari delle più blasonate Dubrovinik e Venezia.

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No good morning No good night

Reportage nei territori palestinesi

Il muro. Le reti di metallo, le divise dei militari, le torrette di controllo, i fari, i chek point, i mitra pronti ad entrare in azione. I 12 metri di cemento del muro di separazione.  Tutto ti racconta che da quel punto in poi sei in una zona di guerra. Inizia così il documentario del video maker messinese Matteo Arrigo, un viaggio in Palestina tra i volti, la quotidianità, la sofferenza.

 

(articolo su Gazzetta del sud del 08/12/2016)


"O tempu a Guerra", un documentario di Matteo Arrigo, premiato alla III° rassegna di cortometraggi "Per..corti alternativi" di Villafranca Tirrena (Me)



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