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This is my land: Messina, Sicily


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Lampedusa, un “tavolone” sospeso tra l'Africa e L'Europa

Tampone, entrata unica, scanner temperatura, autocertificazione, mascherina. L’aeroporto di Catania è pressoché deserto.

 

L’unica persona oltre me presente al gate, ha preso posto accanto al mio sedile: “Non ho fatto vaccino, sto rientrando per preparare la stagione”, siede proprio su un cartello con una X in rosso che ammonisce i passeggeri a lasciare libero il posto per tenere il distanziamento, “Ormai sull’isola sono più loro che noi”, commenta così l’escalation di sbarchi di migranti degli ultimi giorni, il flusso è ripreso, complice il mare calmo e la bella stagione ormai alle porte. Varco il gate dopo 10 mesi dal mio ultimo volo, il piccolo aereo ad elica conta una decina di passeggeri. Siamo diretti a Lampedusa.

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Siamo stati tutti bravi. Poi un giorno mi sono svegliato positivo al covid

Fa più freddo questa mattina. Pioggia di novembre. Dalla finestra vedo le arance mature nel mio giardino.

Lo stesso albero che guardavo a marzo, quando ormai erano asciutte e stavano cadendo. Due stagioni fa.

Il coronavirus, la primavera, il lockdown, la zagara in fiore, le giornate in casa, le mascherine, l’autocertificazione, palestra si, il distanziamento, danza no, l’estate, musica ad orario, il Covid, l’autunno, i Dpcm, le distanze. Le arance che maturano.

Siamo stati tutti bravi in questi mesi. Prima in casa, poi fuori, ma con le giuste distanze e sicurezze.

Grazie al mio lavoro di giornalista/video operatore, ho fatto una quarantena “larga”, riuscivo ad uscire e lavorare.

Ero al porto di Messina quando il sindaco ha “bloccato” le Caronti, ero a guardare gli occhi terrorizzati (vedevo solo quelli) degli operatori sanitari, mentre dalla Casa di Riposo “Come d’incanto” si tiravano fuori le prime povere vittime messinesi del Covid.

 

Tornavo a casa e disinfettavo i cavi, il microfono, con la varichina. Avevo paura? Si. Ma è quella che ti fa lavorare, paura non incoscienza.

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Nel nome del padre. Una missione a servizio degli altri

Dalla Sicilia alla Libia, Sasha e Yahya, due vite che si incontrano. Zuahir, una storia segnata da fughe e ritorni. Vite che si intrecciano fra le macerie di una città distrutta. La speranza che rinasce in mezzo alla devastazione della guerra.

Un reportage vero e diretto.

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Un’altra notte a Bengasi

tramonto a Tunisi
tramonto a Tunisi

La guerra civile aveva portato alla destituzione di Gheddafi, era il 2011, d’un tratto sembrava fosse tornata la libertà per il popolo libico, ma era solo l’inizio di un nuovo caos. Dopo poco tempo arrivarono “loro”.

Gennaio 2014. Zuhair vive con il fratello e la madre nella sua casa di Bengasi: “un giorno li abbiamo visti camminare per le strade, la gialabia lunga fino ai piedi, il turbante in testa, ci chiedevano di recitare il Corano, volevano sapere di chi fossimo figli” – Zuahir è seduto in terra su un tappeto grande quanto tutta la stanza, rivive quei giorni in cui cominciò l’occupazione della città da parte delle milizie islamiche dell’Isis - “costringevano le donne a portare il velo. I poliziotti e gli uomini in divisa furono i primi ad essere ammazzati, li prendevano fino dentro casa, come facevano a sapere dove abitavano!”

I posti di blocco, le esecuzioni sommarie. Lui rischiava la vita tutti i giorni, dovendo necessariamente uscire per portare dal dottore il fratello malato.

Per evitare problemi si era fatto crescere la barba, indossava la veste lunga. La mamma aveva paura che qualche giorno non sarebbero più rientrati a casa.

Il rumore dei colpi d’arma da fuoco era continuo.  L’occupazione si faceva sempre più violenta.

 

Vivevano combattuti fra lo scappare da casa o aspettare l’evolversi degli eventi. Per giorni, tutte le sere, si sono detti che non potevano abbandonare tutto quello che avevano, fra le lacrime sceglievano di restare ancora e resistere. Ancora un’altra notte fra gli spari di Bengasi.

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Sigaretta a colazione

Il rumore della pioggia. Le gocce scivolano sul vetro della finestra a soffitto della mansarda.

Sul minareto nella moschea al di là della strada, il muezzin sta cantando il primo richiamo alla preghiera della giornata, nel silenzio della notte sembra sia quasi dentro la stanza.

Sono le quattro e trenta, illumino lo schermo del cellulare, la batteria è scarica.

L’avevo attaccato al cavo prima di andare a dormire, mi accorgo che manca l’energia elettrica.

Di buon mattino scendiamo al piano terra della nostra guest house, ci incrociamo con Shaban Bala, il proprietario.

Tira fuori il pacchetto delle sigarette dalla tasca della camicia, si avvicina all’uscio e ne accende una - “questa è la mia colazione” - butta il fumo in direzione della strada - “mi alzo, bevo un bicchiere d’acqua e ne fumo subito una, questa è la mia colazione”.

Nella notte è saltata l’energia elettrica a causa di lavori in corso, Pristina è un grande cantiere.

Dopo la guerra sono sorti dei quartieri nuovi; centri commerciali, palazzi. La città, come tutto il Kosovo, ha conosciuto la distruzione quasi totale a causa dei bombardamenti, il 60 % degli edifici erano macerie.

Era il 1998, una guerra sul suolo d’Europa.

Ci incamminiamo verso un bar insieme a Bala, vuole offrirci la colazione per riparare all'impossibilità di prendere il caffè nella sua struttura.

Le strade sono un groviglio di cavi sospesi, non vorrei essere l’elettricista che dovrà venirne a capo.

La Madre Teresa Boulevard è ancora deserta; un’area pedonale completamente costruita dopo il conflitto con la Jugoslavia di Milosevic, oggi vi si affacciano teatri, palazzi governativi, scuole, chiese, moschee.

Nemmeno gli edifici religiosi vennero risparmiati durante la guerra.

Bala ai tempi abitava in Danimarca, era andato via dalla Jugoslavia a gli inizi degli anni ’90, per cercare di fare fortuna e scappare dalla guerra dei Balcani, e c’era riuscito.

Aveva aperto una pizzeria a Copenaghen, era molto piccola mi racconta, più piccola della hall dell’albergo che adesso gestisce. L’attività andava bene, tanto che aveva aperto un altro locale, e l’anno dopo un altro ancora, assunse addirittura un pizzaiolo direttamente dall'Italia!

Tre pizzerie a Copenaghen con cui riusciva a vivere bene.

Un giorno accende la tv, il Kosovo, che allora era una regione della Jugoslavia, stava bruciando.

Le televisioni in quei giorni non risparmiavano l’orrore, la guerra entrava cruda e reale anche nelle case di noi italiani.

Vede le immagini dei profughi in fila alla frontiera, i corpi nelle fosse comuni, vede il suo villaggio distrutto. Nemmeno ci pensa, abbandona tutto quello che ha creato in Danimarca e torna nella sua terra a combattere.

La popolazione fuggiva e lui si mise su un aereo per tornare.

La domanda mi viene naturale - “eri in una terra in pace, lavoravi nella tua tranquillità, perché sei partito per andare a rischiare la vita in guerra?”

Aspira l’ultimo tiro di tabacco - “perché io sono nato qui” – le dita giù ad indicare il suolo, a rafforzare il concetto e la sua scelta - “io sono albanese del Kosovo”.

 

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No good morning No good night

Reportage nei territori palestinesi

Il muro. Le reti di metallo, le divise dei militari, le torrette di controllo, i fari, i chek point, i mitra pronti ad entrare in azione. I 12 metri di cemento del muro di separazione.  Tutto ti racconta che da quel punto in poi sei in una zona di guerra. Inizia così il documentario del video maker messinese Matteo Arrigo, un viaggio in Palestina tra i volti, la quotidianità, la sofferenza.

 

(articolo su Gazzetta del sud del 08/12/2016)


"O tempu a Guerra", un documentario di Matteo Arrigo, premiato alla III° rassegna di cortometraggi "Per..corti alternativi" di Villafranca Tirrena (Me)



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