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In arresto per una foto. Ritorno a Bengasi: “Le cicatrici della guerra non passano mai”

Ho due anni e una cicatrice in più, me la sono fatta ad inizio febbraio cadendo dalle scale di casa. Un taglio netto sulla fronte, un solco profondo, per fortuna rimarginato in tempo per la mia seconda partenza per la Libia, due anni dopo la prima volta appunto. In mezzo il coronavirus, frontiere bloccate, viaggi annullati, visti non concessi.

 

A causa delle restrizioni prodotte dalla pandemia, ormai da due anni l’equipe di medici volontari del Centro di Cardiochirurgia Pediatrica di Taormina, è impossibilitata a realizzare missioni umanitarie all’estero. Email, risposte negative, senso di abbandono, consolati contrari, sconforto. Finalmente era tempo di tornare a Bengasi, dovevamo farlo, quantomeno per far capire che non avevamo lasciati soli medici ed infermieri. Per la dottoressa Mariam, che più volte ha chiesto con disperazione perché i medici italiani non volessero tornare in Libia, che ha sfidato consoli ed ambasciate per riportarci lì. Per le centinaia di bambini in attesa di un intervento. Per noi. Viaggio insieme a Sasha, primario del “Bambino Gesù” di Taormina. Le regole per poter partire in tempo di pandemia, sono ancora così tante da non capirci niente, un’avventura tra check-in, tamponi, imbarchi e moduli di cui è difficile capirne il senso.

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Buddha si è fermato a Comiso. Gyosho Morishita, il monaco che fermò i missili

Le gambe incrociate, la schiena dritta, sono seduto in terra da pochi minuti ma già la posizione comincia a starmi scomoda, sento il formicolio ai piedi, i polpacci che tirano, mantenere la postura dritta diventa quasi uno sforzo fisico, il sudore scende sulla schiena. “Nam myoho renge kyo”, un mantra ipnotico e continuo, una lamentosa ninna nanna regolata dal suono del tamburello, il reverendo Morishita scandisce il tempo senza sosta, mantenendo la posizione del loto senza battere ciclo. L’altare è illuminato dal caldo sole estivo del primo pomeriggio, le candele riempiono l’aria di un odore dolce.

 

Ero passato solo per farmi conoscere, invece mi ritrovo da mezz’ora seduto in terra a cantare al suono del tamburo, non sono riuscito a dire no all’invito del monaco: “Solo una preghiera e per l’intervista ci vediamo domani”. La testa calva, sopracciglia cespugliose e bianche. Cosa ha portato questo strano personaggio nel centro esatto della Sicilia? Quaranta minuti di preghiera ininterrotta, faccio fatica a rimettermi in piedi, le gambe sono addormentate. Ci diamo appuntamento per le 5 dell’indomani: “Puntuale mi raccomando”, più che un invito è un comando. Da anni è quello l’orario d’inizio della sua preghiera mattutina, per sicurezza mi lascia le chiavi del cancello nel caso in cui dovessi trovarlo chiuso: “Alle 5. Puntuale”.

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Dal verso giusto. I miei 100 km sul Cammino di Santiago

Promontori tormentati dal vento, spiagge avvolte da spruzzi e nebbia. Il mormorio della risacca che opera senza riposo il suo complotto millenario contro le terre, il mare stropicciato dalle dite nervose del vento, un merletto di fine schiuma intono alle caviglie. L’acqua fredda mi bagna i piedi dando un po’ di ristoro alla carne provata dai chilometri di strada. La corrente dell’oceano spinge le conchiglie contro le mie gambe, la morbida sabbia bianca. Davanti solo mare, alle spalle la strada percorsa, un sentiero. Il sentiero del Cammino di Santiago de Compostela.

 

Perché? È la domanda che si sono posti tutti quando ho detto che sarei andato a Santiago a piedi, l’espressione prima di stupore e poi di diffidenza, gli sembrerai un fanatico, un nullafacente. La metà mi ha detto che non era il caso, l’altra metà l’ha pensato senza dirlo.

È l’estate 2020, l’anno di una pandemia mondiale, il Covid ci ha fermati per mesi, costretti in casa, una situazione mai vista e vissuta. Ho bisogno di cercare di spezzare il ciclo delle mie notti senza sonno e piene di incubi. Avevo bisogno di partire. Sento valentina, campagna di tanti viaggi, ci interroghiamo su quale possa essere un viaggio “sicuro” dal Covid, al progetto si unisce Francesco, “fratello” di mille avventure. Un viaggio lontano dalle città, pochi spostamenti affollati, meglio in natura: Santiago! Questo è l’anno per fare finalmente il cammino. Mentre i tg parlano dell’aumento dei contagi, facciamo la lista dell’occorrente, pianifichiamo le tappe e chiudiamo lo zaino.

C’è chi lo sogna e lo prepara per una vita intera studiando ogni tappa, preparando ogni passo, poi c’è chi decide di partire all’improvviso ed in pochi giorni prepara tutto lasciandosi trasportare dalle emozioni. Compostela non è solo un pellegrinaggio cristiano, è qualcosa di più. In verità gli si può attribuire tutto quello che si vuole. Molti sono attratti dalla privazione, dall’emulazione, dalla libertà social, dall’avventura. Il cammino-pellegrinaggio che è il viaggio per definizione, è come una tessera che non può mancare nel curriculum di un viaggiatore, questo è uno dei miei motivi.

Gli aeroporti sono già una novità: mascherina, salite contingentate, distanziamento, amuchina. I compagni di viaggio sono sempre due, timore ed entusiasmo, sempre. Se uno dei due manca, hai preso la decisione sbagliata. Ed è così che partiamo.

 

Decidiamo di percorrere gli ultimi 100 chilometri, per mancanza di tempo principalmente, la distanza minima per poter certificare di aver percorso il cammino, il chilometraggio base per ottenere la pergamena, la “compostela” del pellegrino. 

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Lenin e sceriffi. Viaggio in Transnistria

I giornali la definiscono “la striscia di Gaza dell’Europa”, la Farnesina ne sconsiglia la visita, i film la dipingono come uno stato senza regole rifugio di criminali: La Transnistria, un lembo di terra ai margini dell’Europa dell’est, stretta tra l’Ucraina e la Moldavia, nazione quest’ultima dalla quale si è separata autoproclamatasi indipendente subito dopo lo scioglimento dell'Urss, uno stato che esiste ma non viene riconosciuto.

A livello politico fa l’occhiolino a Mosca, che qui a quanto pare conserva arsenali militari e gestisce contrabbandi, trasformandolo in un rifugio della mafia russa in cui regnano affari illegali e prostituzione. Un legame torbido quello con il Cremlino che la tratta come fosse l’ultima delle amanti. Nell’immaginario mondiale rappresenta una sorta di terra di nessuno che deve ancora accettare la fine del comunismo, un museo a cielo aperto di simboli sovietici.

In Italia, buona parte della sua cattiva fama la deve allo scrittore Nicolai Lilin, autore del best-seller Educazione Siberiana, ambientato proprio a Benderi, seconda città della Transnistria. Nel romanzo viene dipinto un sottobosco criminale fatto di traffici illeciti, gestito da clan spietati di origine siberiana, dal libro è stato tratto anche un film, diretto da Gabriele Salvatores.

 

Rappresentazione romanzata? Stereotipi amplificati? Siamo andati a scoprire cosa c’è di vero.

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Lampedusa, un “tavolone” sospeso tra l'Africa e L'Europa

Tampone, entrata unica, scanner temperatura, autocertificazione, mascherina. L’aeroporto di Catania è pressoché deserto.

 

L’unica persona oltre me presente al gate, ha preso posto accanto al mio sedile: “Non ho fatto vaccino, sto rientrando per preparare la stagione”, siede proprio su un cartello con una X in rosso che ammonisce i passeggeri a lasciare libero il posto per tenere il distanziamento, “Ormai sull’isola sono più loro che noi”, commenta così l’escalation di sbarchi di migranti degli ultimi giorni, il flusso è ripreso, complice il mare calmo e la bella stagione ormai alle porte. Varco il gate dopo 10 mesi dal mio ultimo volo, il piccolo aereo ad elica conta una decina di passeggeri. Siamo diretti a Lampedusa.

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No good morning No good night

Reportage nei territori palestinesi

Il muro. Le reti di metallo, le divise dei militari, le torrette di controllo, i fari, i chek point, i mitra pronti ad entrare in azione. I 12 metri di cemento del muro di separazione.  Tutto ti racconta che da quel punto in poi sei in una zona di guerra. Inizia così il documentario del video maker messinese Matteo Arrigo, un viaggio in Palestina tra i volti, la quotidianità, la sofferenza.

 

(articolo su Gazzetta del sud del 08/12/2016)


"O tempu a Guerra", un documentario di Matteo Arrigo, premiato alla III° rassegna di cortometraggi "Per..corti alternativi" di Villafranca Tirrena (Me)



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