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Cerchi di speranza. In Costa d’Avorio tra oceano, culle e "Cuori Ribelli"

Ci sono storie che non iniziano in un ufficio, ma su una strada polverosa d'Africa. Dove l’oceano sbatte rumoroso contro la sabbia e ogni giorno è una battaglia contro la sofferenza e la povertà. Storie che cambiano il corso di una vita e che, con il tempo, finiscono per cambiare anche quella di migliaia di altre persone.

Per Enzo Palumbo, presidente della ONG Una Voce per Padre Pio, tutto è cominciato nel 2008, durante la sua prima esperienza missionaria in Costa d'Avorio. Era arrivato per l'inaugurazione del Villaggio Padre Pio, una struttura dedicata ai bambini con disabilità. Non poteva immaginare che quel viaggio avrebbe segnato il suo futuro.

 

«La Costa d'Avorio è una parte del mio cuore. È lì che si è accesa la fiamma dell'amore per l'Africa. I colori, gli odori, i sapori di questa terra mi sono rimasti impressi. Tornato in Italia non riuscivo a smettere di pensarci. Mi colpì una cosa: ero circondato da una terra piena di colori, ma vedevo persone costrette a vivere una vita in bianco e nero. La povertà era così evidente che ha cambiato profondamente il mio percorso personale».

Da quell'incontro con l'Africa è nata una presenza che, anno dopo anno, è diventata sempre più concreta. Orfanotrofi, scuole, case di accoglienza, ospedali. Ma soprattutto una convinzione, la solidarietà non può limitarsi all'assistenza, deve costruire opportunità.

Orfani, abbandonati e maltrattati: la casa dove ricomincia la vita

La prima struttura è stata inaugurata nel 2012 ed è stata la prima casa famiglia realizzata dall'associazione nel Paese. Oggi ospita 43 bambini, tutti provenienti da situazioni di estrema vulnerabilità: orfani, minori abbandonati o sottratti ai maltrattamenti grazie all'intervento dei servizi sociali.

 

Per loro non c'è soltanto un tetto sopra la testa. Ogni bambino viene seguito attraverso un percorso educativo e riabilitativo costruito insieme ad assistenti sociali, psicologi ed educatori. Accanto alla scuola trovano spazio attività sportive, ricreative e laboratori che aiutano i piccoli ospiti a ricostruire fiducia, relazioni e serenità dopo esperienze spesso segnate dalla violenza e dall'abbandono.

 

Nello stesso anno è nato anche "Les Anges de Padre Pio", l'orfanotrofio dedicato ai neonati. Una struttura pensata per dare una possibilità ai bambini rimasti senza madre alla nascita.

In molte aree rurali della Costa d'Avorio si continua infatti a partorire nei villaggi, lontano dagli ospedali. Quando sopraggiunge un'emorragia o una complicanza durante il parto, troppo spesso le donne non riescono a raggiungere in tempo una struttura sanitaria. I loro figli restano soli, senza nessuno che possa occuparsi di loro.

Per questo è nato Les Anges de Padre Pio, per accogliere gli orfani di parto, evitare che vengano abbandonati e accompagnare anche i padri rimasti improvvisamente soli. I bambini possono rimanere nella struttura fino ai tre anni di età, ricevendo assistenza sanitaria, alimentazione adeguata e tutte le cure necessarie nei primi anni di vita, i più delicati per la loro crescita.

La struttura può ospitare fino a 70 bambini, anche se mediamente i piccoli presenti sono una trentina, un numero che cambia continuamente con i nuovi arrivi e i ricongiungimenti familiari.

Ma il cuore più autentico della missione si trova nella parte più in alto della struttura, all'interno di un edificio circolare dove il silenzio lascia spazio al rumore che entra nell’anima.

 

È qui che arrivano i neonati appena recuperati. Alcuni hanno solo pochi giorni, altri poche settimane. Molti sono stati trovati in condizioni disperate, abbandonati tra i rifiuti, lasciati davanti a una porta o recuperati dai servizi sociali.

C'è un bambino che porta ancora sul volto i segni della sofferenza. I suoi genitori erano alcolisti. Quando è stato trovato era gravemente denutrito e affetto da un labbro leporino. Dopo essere stato operato e seguito con costanza, oggi sorride e cresce come tutti gli altri bambini.

Poco distante riposa una bambina nata con una grave malformazione. È stata abbandonata proprio a causa della sua disabilità. Oggi ha trovato qualcuno disposto a prendersi cura di lei.

Sono storie diverse, accomunate da un unico filo, qualcuno, a un certo punto, ha scelto di non voltarsi dall'altra parte. Ogni culla è una storia. Ogni culla è un film di vita.

L'Ospedale Padre Pio di Bonoua, un ponte tra Africa ed Europa

Il passo successivo è arrivato quasi naturalmente. Tra il 2018 e il 2019, durante le missioni nei villaggi africani, Palumbo e i volontari si sono trovati davanti a una realtà difficile da accettare, nel terzo millennio si continuava a morire per malattie facilmente curabili.

«Vivere tra questi due mondi ti fa capire quanto sia enorme il divario nell'accesso alle cure. Abbiamo sentito il dovere di cercare una risposta concreta».

 

A Yaou, una frazione di Bonoua, sorge l'Ospedale Padre Pio, una delle opere sociali più importanti realizzate dall'associazione e destinata a cambiare il volto della sanità in questa parte dell'Africa.

La struttura ha aperto i battenti nel 2020 con un primo poliambulatorio. Da allora è cresciuta senza mai fermarsi, ogni nuovo reparto, una volta completato, viene immediatamente messo al servizio della popolazione. Un ospedale in continua evoluzione, costruito seguendo i bisogni del territorio.

L'obiettivo è ambizioso, portare l'eccellenza della medicina europea e internazionale in Africa, formando il personale sanitario locale e offrendo cure di qualità accessibili a tutti.

Oggi l'ospedale dispone di un poliambulatorio con numerose specialità, tra cui cardiologia, diabetologia, ortopedia e ginecologia, garantendo servizi sanitari fondamentali a una popolazione che, fino a pochi anni fa, era costretta a percorrere lunghe distanze per ricevere assistenza.

 

Un'attenzione particolare è rivolta alla maternità. In molte aree rurali della Costa d'Avorio, infatti, il parto avviene ancora in casa, spesso in ambienti privi delle condizioni igieniche necessarie. Una pratica che continua a rappresentare una delle principali cause di mortalità materna e neonatale.

«La maternità nasce anche con un obiettivo culturale, educare le donne a partorire in ospedale, in un ambiente sicuro, e consentire ai neonati di essere sottoposti fin dai primi minuti di vita agli esami necessari per individuare eventuali patologie», sottolinea Palumbo.

L'ospedale ospita inoltre un moderno reparto di chirurgia generale, completo di blocco operatorio, dove vengono eseguiti interventi chirurgici ordinari e trovano spazio le missioni umanitarie internazionali dedicate, tra le altre, all'ortopedia e alla chirurgia ricostruttiva per il labbro leporino.

Accanto ai reparti già operativi continuano i lavori di ampliamento. È in fase di realizzazione un nuovo centro diagnostico e, soprattutto, il futuro reparto di cardiochirurgia pediatrica, destinato a diventare il cuore del progetto Cuori Ribelli in Costa d'Avorio.

«È il sogno di tutti noi», spiega Palumbo. «Operare i bambini direttamente qui significherà salvare molte più vite, ridurre i trasferimenti all'estero e formare un'équipe africana capace di garantire cure specialistiche in piena autonomia. È questo il futuro che stiamo costruendo».

Dall'assistenza all'emergenza sanitaria

Il progetto "Cuori Ribelli", realizzato insieme al Centro Cardiologico Pediatrico del Mediterraneo di Taormina, diretto dal cardiochirurgo Sasha Agati, affronta una delle principali emergenze sanitarie dell'Africa: le cardiopatie congenite, tra le prime cause di mortalità infantile.

«Non volevamo realizzare soltanto missioni operatorie. Con il tempo "Cuori Ribelli" è diventato un centro di formazione ambulante. Portiamo i medici italiani nei Paesi che desiderano sviluppare la cardiochirurgia pediatrica e, contemporaneamente, formiamo il personale locale».

 

Una rete che attraversa l'Africa

Oggi il progetto è presente in numerosi Paesi africani. Camerun, Costa d'Avorio, Benin, Tanzania, Libia, Etiopia, Burkina Faso, altri paesi chiedono di poter avviare una collaborazione. Un modello che punta non soltanto a operare i bambini, ma a rendere i sistemi sanitari locali sempre più autonomi.

In Costa d'Avorio il lavoro svolto in questi anni racconta bene la portata del progetto.

Sono oltre 1.500 gli screening cardiologici effettuati e più di 300 i bambini presi in carico e curati.

Per molti anni è stato necessario trasferire i piccoli pazienti in Italia, affrontando lunghi viaggi, costi elevatissimi e rischi importanti. Adesso la prospettiva sta cambiando.

 

Accanto alla formazione c'è anche un altro obiettivo. Rendere sostenibile la cardiochirurgia.

Uno dei problemi principali è il costo dei materiali di sala operatoria e dei farmaci. Per questo si stanno cercando fornitori alternativi, in Tunisia e in India, dove si producono materiali di alta qualità ma a costi molto inferiori.

"La resurrezione negli occhi dei bambini"

Quando gli si chiede cosa abbia ricevuto personalmente da questa esperienza, Enzo Palumbo si ferma per qualche istante. La risposta non parla di numeri. Parla di sguardi.

«Credo che dentro "Cuori Ribelli" ci sia una mano misteriosa che guida tutto. I bambini arrivano da noi esausti, consumati dalla malattia. Mi piace dire che portano sulle spalle il loro calvario. Poi, dopo l'intervento, vedi la resurrezione nei loro occhi e in quelli delle loro famiglie. Quella luce che si riaccende è il mio carburante. È ciò che mi dà la forza di continuare».

 

Un invito a fare la differenza

A rendere possibile tutto questo è il lavoro silenzioso dei volontari e il sostegno dei donatori, il vero motore delle opere realizzate dall'associazione. Tra i corridoi e le corsie della clinica incontriamo Dolores, vicepresidente della sede canadese di Una Voce per Padre Pio. Da anni, insieme al fratello Mario Romano, sostiene con instancabile impegno i progetti della missione nell'Africa equatoriale. Grazie al loro contributo sono state costruite scuole, strutture di accoglienza e la stessa clinica in cui oggi ci troviamo, un luogo che ogni giorno offre cure e speranza a centinaia di persone.

 

Ogni intervento di cardiochirurgia richiede risorse importanti. Per questo il progetto continua a vivere grazie al sostegno di donatori, aziende e benefattori.

A chi gli chiede perché dovrebbe contribuire, Palumbo risponde con semplicità.

«Direi che è il momento di farsi un regalo, riaccendere la vita dove sembra essersi spenta, donare speranza a chi vive nella disperazione e scegliere di fare qualcosa di concreto. Dietro ogni donazione c'è un bambino con un nome, un cognome e una storia che può continuare grazie a quel gesto».

 

Onde e culle

L'oceano si infrange con forza sulla battigia. Le onde non concedono tregua. Poco distante, un pescatore ripara una rete con un grande coltello tra le mani, mentre il mare continua a dettare il ritmo della giornata.

 

Jacobs si avvicina incuriosito dal drone. Avrà dodici anni, forse qualcuno in meno. Parliamo in un misto di francese e inglese. Mi chiede qualche soldo. È figlio dei pescatori del villaggio: quella mattina, alle tre, suo padre era già in mare insieme agli altri uomini.

Mi mostra con orgoglio il guscio di una grande conchiglia. La parte migliore è stata venduta ai ristoranti della costa, frequentati soprattutto dagli stranieri.

«Non avete paura di uscire con un mare così?», gli chiedo.

Sorride appena e risponde con la semplicità di chi non conosce alternative: «È pericoloso, ma è il nostro lavoro».

Poco dopo mi saluta. Deve andare a vendere arachidi. Si sistema un panno arrotolato sulla testa e vi appoggia sopra una bacinella di alluminio piena di bottiglie di plastica colme di noccioline. Si allontana lungo la spiaggia con l'equilibrio di chi è diventato adulto troppo presto.

Forse Jacobs è più fortunato di tanti altri bambini che ho incontrato. Ha una famiglia, una casa, qualcuno che lo aspetta al ritorno.

Eppure, proprio in mezzo a quella povertà, ho visto qualcosa che a volte non è scontata: la speranza. 


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